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IMMAGINA IMOLA, DALLA SICILIA UNA LEZIONE DI COOPERAZIONE

I vincitori incontrano le cooperative che trasformano luoghi attraverso la legalità

martedì 29 settembre 2026

Immaginare una città diversa significa prima di tutto imparare a guardare i luoghi, riconoscerne le necessità, e chiedersi cosa sia possibile fare per renderla un posto migliore. È da questa idea che nasce il progetto “Immagina Imola”, il percorso di educazione alla cooperazione e all’impresa responsabile promosso da Legacoop Imola e Confcooperative Terre d’Emilia per gli studenti delle scuole superiori del territorio.

L’edizione 2026 ha coinvolto circa 130 studenti degli istituti Alberghetti, Paolini e Scarabelli con incontri formativi, visite in cooperativa e un hackathon dedicato a proporre idee per la rigenerazione di alcuni spazi della città. A vincere sono stati tre progetti: “Muoviamo Imola” della 4ATA dell’Alberghetti, che ha immaginato l’ex Macello come centro per la mobilità sostenibile; “UpGrade” della 3N del Paolini, dedicato alla trasformazione del Teatro Sotterraneo in uno spazio inclusivo per formazione e inserimento lavorativo; e “Lumen Spa” della 3B del Paolini, un centro cooperativo dedicato al benessere fisico e psicologico. Progetti diversi, ma accomunati da un’esigenza emersa con forza: ritrovare luoghi di incontro, relazione e socialità. Una richiesta particolarmente significativa per una generazione che negli ultimi anni ha sperimentato l’isolamento della pandemia e vive oggi una parte crescente delle proprie relazioni attraverso strumenti digitali.

Per i ragazzi vincitori, il premio è stato un viaggio di quattro giorni in Sicilia dedicato alla legalità, alla memoria civile e al riuso sociale dei beni confiscati alle mafie. Si è così delineato un fil rouge tra il lavoro svolto a Imola e l’esperienza siciliana, attorno a una domanda comune: che cosa succede quando una comunità sceglie di prendersi cura del proprio territorio nel perseguimento del bene comune?

Una possibile risposta è arrivata durante la prima tappa del viaggio, durante la visita al Giardino della memoria di Capaci, dove gli studenti hanno visto con i loro occhi i segni ancora tangibili dell’attentato in cui il 23 del 1992 maggio morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro; e poi in via D’Amelio, dove appena 57 giorni dopo furono uccisi Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. I teatri delle due stragi sono oggi luoghi di memoria e speranza, una vivida testimonianza per le generazioni future.

Dopo aver visto il grandioso tributo monumentale che lo Stato ha voluto attribuire al giudice Falcone, i ragazzi hanno scoperto in via D’Amelio una dimensione più raccolta, ma non meno sentita, del ricordo. L’ulivo, l’Albero della pace, simbolo di vita e rinascita è il fulcro dei pensieri e dell’omaggio che migliaia di persone hanno lasciato nel corso degli anni sul luogo della strage. «Abbiamo studiato la storia del giudice Borsellino – ha raccontato Giulia – ma vedere questi luoghi e ascoltare le testimonianze ha reso improvvisamente reali le cose apprese».

È qui che il racconto di Libera ha proposto ai ragazzi una prima chiave di lettura dell’intero viaggio. «Non vi parlerò di eroi che combatterono la mafia – ha spiegato Caterina Pellingra, mediatrice culturale di Libera il g(i)usto di viaggiare – ma di persone in carne e ossa che decisero di uscire dal proprio orticello, guardarsi intorno e non voltarsi dall’altra parte».

Il giorno successivo Palermo ha fatto conoscere ai ragazzi un volto diverso. Dalla Cappella Palatina alla Cattedrale, dai Quattro Canti al Teatro Massimo fino al mercato del Capo, il gruppo ha attraversato una città costruita nei secoli dall’incontro fra culture differenti. Nella Cappella Palatina mosaici, decorazioni e architetture testimoniano ancora oggi la contaminazione tra mondo arabo, bizantino e normanno. «I Normanni – ha spiegato la guida Noemi Troja – compresero presto il valore delle competenze e della cultura che avevano trovato nella Palermo araba. Da quell’incontro nacque una città capace di mettere insieme mondi differenti». Poi il mercato del Capo e qualche ora di mare a Mondello: una giornata più leggera, ma utile a comprendere una città che non può essere raccontata senza tenere conto di una storia millenaria e multiculturale.

Il terzo giorno ha riportato al centro il tema della partecipazione civile. Nella Riserva Naturale Orientata dello Zingaro, prima riserva naturale istituita in Sicilia, gli studenti hanno percorso sentieri e calette di un paesaggio che deve la propria conservazione anche alla mobilitazione popolare del 1980 contro la costruzione della strada costiera. «Quello che oggi possiamo ammirare esiste anche grazie a chi scelse di non restare a guardare», ha ricordato Selenia Di Bella, mediatrice culturale di Libera il g(i)usto di viaggiare.

Nel pomeriggio il gruppo ha raggiunto Cinisi per visitare la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato. La visita ha ripercorso la vicenda di Peppino nei luoghi in cui visse e attraverso le testimonianze giornalistiche dell’epoca, riservando ai ragazzi una visita inattesa: Giovanni Impastato, fratello di Peppino, pur non essendo atteso alla Casa, ha accettato l’invito a raggiungere il gruppo, ha salutato gli studenti e ha voluto scattare una foto con loro.

«A sedici anni si comincia a guardare il mondo e si può già scegliere di fare la differenza – ha sottolineato Selenia –. La mafia non è un problema soltanto siciliano: per questo conoscere e comprendere il valore della legalità riguarda tutti». «Mi ha colpito pensare che anche noi possiamo contribuire, ricordando Peppino, a fare in modo che cose del genere non accadano più», ha osservato una Ginevra, studentessa.

L’ultima giornata ha portato il gruppo nell’Alto Belice Corleonese e ha trasformato molti dei concetti incontrati nei giorni precedenti in qualcosa di concreto. Alla cantina Centopassi, Francesco Citarda, presidente della cooperativa Placido Rizzotto-Libera Terra, ha raccontato un’esperienza che da oltre vent’anni trasforma beni confiscati alla criminalità organizzata in lavoro, produzione e sviluppo del territorio.

«La restituzione non riguarda soltanto la proprietà – ha spiegato – ma il lavoro, la qualità delle produzioni e la bellezza del territorio. Crediamo che il compito della cooperazione sia rendere il proprio territorio un luogo migliore, un posto in cui sia bello vivere». Il riuso sociale acquista pienamente senso quando un bene torna alla comunità, genera occupazione e dimostra che nei luoghi segnati dal potere mafioso può crescere un modello economico diverso. Anche la scelta dell’agricoltura biologica diventa parte di questa visione: «L’agricoltura non può sfruttare né il terreno né chi ci lavora, altrimenti non è agricoltura, ma qualcos’altro».

Dopo la cantina e il pranzo all’agriturismo Portella della Ginestra, anch’esso nato dal riuso di un bene confiscato, il viaggio si è concluso al Memoriale di Portella della Ginestra. Qui, il 1° maggio 1947, la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sui cittadini riuniti per la Festa del Lavoro, uccidendo undici persone. Una pagina ancora in parte irrisolta della storia italiana, nella quale si intrecciano banditismo, mafia e interessi politici e sociali.

All’inizio della giornata Caterina Pellingra aveva lasciato ai ragazzi una domanda: perché una cantina così distante da Cinisi e dalla storia di Peppino Impastato si chiama “Centopassi”? È stato uno studente, Paolo, proprio davanti al Memoriale, a trovare una possibile risposta: «Qui abbiamo visto uno dei primi capitoli della lotta alla mafia. Da allora sono stati fatti tanti altri passi, come la confisca e la restituzione delle terre. Ogni vittoria è un passo in più. Forse è proprio per questo che la cantina si chiama Centopassi».

È un’immagine che finisce per dare senso all’intero viaggio e, insieme, al progetto da cui tutto è cominciato. A Imola gli studenti erano stati chiamati a immaginare nuove funzioni per luoghi dismessi, costruendo progetti capaci di rispondere ai bisogni della comunità. In Sicilia hanno incontrato persone e cooperative che quella trasformazione la praticano ogni giorno: terreni e immobili sottratti alla criminalità restituiti al lavoro, all’accoglienza, alla produzione, alla bellezza e alla cultura.

Cooperare significa condividere responsabilità, costruire risposte ai bisogni, generare opportunità senza separare il risultato economico dall’impatto sociale e dal benessere del territorio. Significa anche comprendere che legalità, sostenibilità e partecipazione non sono temi distinti, ma parti di uno stesso modo di pensare la comunità.

“Immagina Imola” ha chiesto ai ragazzi di immaginare la città che vorrebbero. Il viaggio in Sicilia ha mostrato loro che cambiare un territorio è possibile, ma richiede persone disposte a guardarsi intorno, scegliere di non voltarsi dall’altra parte e fare insieme, passo dopo passo, la propria parte.

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